Fabio Aguzzi
Il poeta della luce
di Anne Desnos (2004)


Fabio Aguzzi dipinge come respira. Tele e pennelli, sigari e whisky condividono i suoi giorni e le sue notti solitarie, compagni silenziosi di un’ ode cromatica che egli compone all’infinito per il suo unico amore, la sua musa eterna: la luce. Da sempre, continua ad essere il suo appassionato amante, tanto fedele e paziente quanto lei si mostra mutevole e capricciosa. Dolce e impolverata, come in autunno nella pianura lombarda, dove egli è nato nel 1953, umida e soffusa come durante l’inverno a Venezia, la città adorata che si confonde con il suo riflesso, cruda e truccata quando denuda corpi femminili, carezzevole quando avvolge di poesia gli oggetti del quotidiano e attrezzi ferrosi o dalle impercettibili sfumature come nelle lontane isole da poco esplorate. Più che ogni cosa, è la luce che l’ispira, è il suo ossigeno.
L’amore di una vita, sbocciato di sorpresa alla svolta dell’infanzia. A quell’età che viene detta della ragione, quando bisogna imparare a leggere, a fare di conto e tante altre cose serie, viene convocato con suo padre dalla maestra.
Nel margine del suo quaderno di scolaro, aveva abbozzato, con la penna a sfera, una riproduzione del quadro di Raffaello “Il duca di Montefeltro” ricopiato da una illustrazione di un libro. “Suo figlio deve andare a studiare a Brera” dice l’insegnante a suo padre estasiato da una tale ingiunzione, lui che dipinge nel tempo libero e che crede al promettente avvenire del figlio.
Detto e fatto. Fabio si recherà da Vidigulfo, ove vive ancora oggi con la madre nella casa di famiglia con il sottotetto arredato a studio, fino a Milano per seguire il suo corso scolastico al liceo di Brera, poi all’Accademia di Belle Arti, dove più tardi, insegnerà a sua volta. Completa il suo apprendistato presso maestri dai talenti compositi che contribuiranno a formare il suo stile e ad affinarne la tecnica. Attinge anche alla lettura, altra passione che lo porterà a scrivere, mille fonti di riflessione, forse d’ispirazione.
Quando Fabio Aguzzi dipinge, si lega ad un tema che interpreta come una sfida. Giocattoli come ricordi d’infanzia, cesti ricolmi di frutta e di fiori, sedie, sigari, scope e spazzole come capelli di donna, oggetti d’uso comune, tazze, strumenti da fabbro e da falegname dai neri vellutati, tutto è materia da lavorare per questo “serial painter”, poiché è la luce che conta prima di tutto. “L’idea si coglie da un colore, un odore, l’espressione di qualcuno nella strada” per colui che riconosce come suoi maestri i pittori della luce, fiamminghi e toscani.
A suo agio con i grandi formati che gli offrono ampio respiro, gli piace anche giocare con le proporzioni, uscire dal tema principale per dare vita ai dettagli, come quelle pinze dall’uso indecifrabile che, ingrandite, appaiono come monumenti, sulla tela come nelle sue poesie che con tenerezza dipingono i minuscoli avvenimenti quotidiani.
Due anni fa, l’immobile viaggiatore terrorizzato al solo pensiero di allontanarsi dalle amate brume lombarde, ha scoperto altri luoghi fino allora da lui ignorati. A piedi nudi sulla tiepida sabbia delle Maldive, di fronte al mare dalle onde perlate, il contemplativo ha conosciuto altre luci, altre ombre, altri riflessi. Da allora, Fabio Aguzzi non ha smesso di scoprire, al largo dell’Africa o sulle rive dell’Oceano Indiano, le isole e i loro segreti, queste nuove amanti dai desideri ancora inappagati.

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